domenica 25 marzo 2018

Il Neoplatonismo alle soglie del Rinascimento. Oriente e Occidente, Grecia e Roma si incontrano.


Il Neoplatonismo alle soglie del Rinascimento. Oriente e Occidente, Grecia e Roma si incontrano.


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1. Razionalisti vs. Mistici nell’Impero Romano d’Oriente. Il ruolo dei calabresi

“Nel secolo XIV il movimento esicastico assunse il significato di una particolare tendenza mistico-ascetica che indirettamente risaliva al grande mistico del secolo XI, Simeone il Nuovo Teologo, le cui dottrine e la cui prassi hanno molto in comune con quelle degli esicasti. L’origine di questa tendenza risale direttamente all’opera di Gregorio Sinaita, che nel quarto decennio del secolo XIV viaggiò attraverso i territori dell’impero. Le dottrine mistico-ascetiche del Sinaita vennero entusiasticamente accolte nei monasteri bizantini. Particolarmente grande fu l’entusiasmo sul Monte Athos: l’antica culla dell’ortodossia bizantina divenne il centro del movimento esicastico. Il fine più alto degli esicasti era la visione della luce divina e la via per giungervi era per essi la prassi ascetica. In solitudine e ritiro l’esicasta doveva recitare la cosiddetta preghiera di Gesù (« Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me »), e mentre recitava la preghiera doveva trattenere il respiro: in questo modo l’orante avrebbe avvertito gradualmente un senso di beatitudine ineffabile e si sarebbe visto circondato dai raggi di una luce divina ultraterrena, di quella luce increata che i discepoli di Gesù videro sul Monte Tabor”.[1]
Nel 1333 viene affidata a Barlaam di Calabria (di Seminara, nell’attuale provincia di Reggio) la difesa delle ragioni greche nelle trattative di riunificazione delle Chiese d’Oriente e d’Occidente, di cui era comunque un convintissimo fautore. Di profonda cultura classica egli fu matematico, vescovo cattolico, teologo e studioso della musica; scrisse anche di aritmetica, musica e acustica, ma era soprattutto grande stimatore della filosofia e in particolare di quella aristotelica, e lui stesso filosofo. In questo clima attaccò duramente l’esicasmo condannandolo come un movimento eretico e quasi superstizioso, puntando invece ad accentuare il valore della teologia scolastica in contrapposizione alla contemplazione.
In questi anni volse la sua vis polemica contro i monaci del Monte Athos, che come riportato stavano vivendo una grande vivificazione e rifioritura della tradizione contemplativa grazie al personaggio di San Gregorio Palamàs, discepolo di Gregorio il Sinaita. I due ebbero il merito di riattualizzare in un grande movimento mistico e culturale gli insegnamenti di San Simeone il Nuovo Teologo vissuto tre secoli prima, tutti nomi importanti e noti di quell’immenso patrimonio umano che è la Filocalia.

Barlaam e Gregorio Palamas, a capo rispettivamente della fazione “razionalistica” e “mistica”, si fronteggiarono aspramente in delle dispute che videro la definitiva vittoria della tendenza esicasta in un concilio tenutosi a Costantinopoli nel 1341, dopo vari anni di lotte. Anche il popolo si schierò dalla parte degli esicasti, perché non capiva le ragioni astruse degli scolastici. I bizantini stessi non erano così compatti al loro interno ed erano divisi in fazioni, ma l’opposizione che fece Barlaam alla dottrina esicasta fu veramente ottusa, anticipatrice di quella chiusura che un razionalismo estremamente esasperato diffuse così tanto in Occidente nei secoli a seguire. Infatti Barlaam, per semplificare, sosteneva che la luce del Monte Tabor che videro i discepoli di Gesù non si poteva vedere con gli occhi e perciò non si poteva conoscere, e viceversa se fosse stata Luce Increata allora andava assimilata a Dio stesso, e questi era invisibile e inconoscibile. Gregorio Palamas invece sosteneva che nell’uomo ci fosse un elemento mediatore instillato da Dio stesso, che gli permetteva di conoscere per gradi intermediari la divinità nel percorso ascetico dell’esichia. Si ritorna sempre all’incontro-scontro tra la tendenza aristotelica-razionalizzante e quella mistica-platonizzante.
Ad onor della mia terra, anche la rinascita della tendenza mistica trae origine da un altro calabrese, della generazione precedente a quella di Barlaam e di Gregorio Palamas: San Niceforo il Solitario, detto “l’italiano” dai monaci bizantini.
Cattolico, originario probabilmente della zona del Merkourion (nell’attuale provincia di Cosenza), nelle zone del Pollino fino a poco prima ad alta densità di cenobi ed eremi di monaci ortodossi, e ancora al suo tempo e a lungo fortemente grecizzate e di salde radici ortodosse (l’arcidiocesi di Rossano abbandonerà il rito greco solo nel Quattrocento, in provincia di Reggio resisteva ancora nel Cinquecento), intraprende un viaggio a Costantinopoli convertendosi all’Ortodossia, che per lui doveva essere un ricordo molto vicino e doveva rappresentare la “religione dei suoi nonni”. A lui si deve il ribadimento e la riattualizzazione della preghiera esicasta unita ad una pratica respiratoria, e fu ispiratore e maestro proprio di Gregorio Palamas. Concluse la sua vita in eremitaggio nei pressi del Monte Athos, nel 1340, proprio un anno prima che il suo discepolo vincesse la disputa contro l’altro calabrese Barlaam, di temperamento opposto però, burbero e litigioso.
Questi, sconfitto a Costantinopoli, fece ritorno in Occidente dove decise di convertirsi al Cattolicesimo. Si recò alla corte papale, che al tempo risiedeva ad Avignone, e lì divenne maestro di greco di Petrarca e di Boccaccio, dando così un fortissimo stimolo all’avvio dell’Umanesimo. Petrarca convinse papa Clemente VI ad assegnargli la diocesi di Gerace, e dopo un ultimo inutile tentativo di sconfiggere il partito di Palamas, morì ad Avignone pochi anni dopo.



2. Il tentativo del 1439, il cardinal Bessarione e l’ascesa di Firenze

Quasi un secolo dopo l’Impero Bizantino si era ormai ridotto in pratica ai soli territori circostanti la capitale Costantinopoli, minacciata dai Turchi ottomani di Bayazid e dalla “novità” dell’invasione dei Turchi selgiuchidi di Tamerlano, il “Terror Mundi”, che pure nell’attaccare gli odiati “cugini” regalò un periodo insperato di tregua ai bizantini. L’imperatore Giovanni VIII Paleologo si recò nel 1437 in Occidente per convertirsi al Cattolicesimo, pur di ottenere difesa militare e tenere in vita l’impero a Costantinopoli. Venne indetto un concilio per ratificare questa decisione, inizialmente tenuto a Ferrara e poi spostatosi a Firenze sotto l’ala di Cosimo de’ Medici. Questa decisione di convertirsi in realtà era invisa al popolo e al clero greco, che si mantenevano fedeli alla tradizione ortodossa, e costerà la rottura con il granducato di Mosca che da allora eleggerà autonomamente il proprio metropolita, dando così l’avvio al mito della “Terza Roma”.
Il 6 luglio 1439 viene proclamata l’unione tra le due Chiese nella cattedrale di Firenze, in latino e in greco, dal cardinale cattolico Giuliano Cesarini e dall’arcivescovo di Nicea, l’ortodosso Bessarione, capo della fazione dei filo-unionisti greci. Riporta Ostrogorsky che “La proposizione sul primato papale venne redatta in una formulazione molto vaga e i Greci avrebbero conservato il loro rito ecclesiastico. L’accordo così raggiunto non ebbe però alcuna efficacia effettiva sul piano politico, rimanendo così senza effetti e senza sviluppi. Bessarione insieme a Isidoro, ex-metropolita di Mosca appena deposto che lo aveva accompagnato insieme a Giovanni VIII Paleologo in Italia, diventarono cardinali della Chiesa romana”.[2]

Gemisto, detto Pletone, fu l’altro elemento della cordata proveniente dall’Oriente a dare una decisiva piega agli eventi in Occidente. Già a 38 anni aveva fondato, prima ancora della missione a Firenze, una scuola neoplatonizzante nella città di Mistra, l’antica Sparta, dove risiedeva. Fu notato da Cosimo de’ Medici, riporta infatti Marsilio Ficino che “Il grande Cosimo, quando si svolgeva a Firenze il concilio per l’unificazione della Chiesa greca con la latina, ascoltò spesso le discussioni sui misteri platonici di un filosofo greco che di nome si chiamava Gemisto, di soprannome Pletone, quasi fosse un secondo Platone”. Così Cosimo de’ Medici donò la villa di Careggi a Marsilio Ficino, incaricandolo di tradurre tutte le opere di Platone e di Plotino, a cui lui aggiunse il Corpus Hermeticum, la Teogonia di Esiodo e tante altre opere, dando così di fatto vita all’Accademia Neoplatonica fiorentina. Nelle ore in cui non lavorava, infatti, Ficino riceveva le numerose visite delle personalità più geniali e di spicco del tempo, venendosi così a strutturare una vera e propria accademia.
Gemisto riteneva che tutte le varie dottrine di Pitagora, di Platone, gli oracoli Caldaici di provenienza babilonese, come anche la sapienza di Minosse, Licurgo, Numa Pompilio, dei sacerdoti di Dodona, i Sette Sapienti, Parmenide, Timeo, Plutarco, Porfirio, Giamblico, dei Magi e perfino dei Brahmani (!) potesse essere simbolizzata dalla figura di Zarathustra, che lui chiamava priscus theologus, “teologo primordiale”, dalla cui sapienza tutte le religioni si sarebbero generate. Da questa concezione Marsilio Ficino trasse la sua prisca philosophia, o philosophia perennis, cioè la sapienza primordiale donata agli uomini identica nella sua essenza, diversa nelle varie manifestazioni in cui si adatta alle mentalità dei popoli. Questa concezione fu ripresa a inizio Novecento dal grande esoterista René Guénon sintetizzandola nel nuovo e antichissimo concetto di Tradizione Primordiale.



[1] G. Ostrogorsky, Storia dell’Impero Bizantino, Einaudi, Torino 2016, p. 463.
[2] Ibidem, pp. 502-503.

giovedì 8 marzo 2018

Ogni uomo del Kali Yuga...


“Ogni uomo del Kali Yuga, nella prospettiva indù, è incitato a ricercare la sua libertà e la sua beatitudine spirituale, senza poter tuttavia evitare la dissoluzione finale di questo mondo crepuscolare nella sua totalità”.
– Mircea Eliade, Il mito dell’eterno ritorno, Borla, 1975.

Quindi è inutile nascondersi dietro a un dito, inutile pensare di non dover affrontare l’inverno e le sue conseguenze, o ingannarsi credendo che se si riesce a scaldarsi allora l’inverno là fuori non esiste. Bisogna affrontare se stessi e, dopo aver affrontato se stessi, affrontare la realtà.

martedì 23 gennaio 2018

L’attualità dell’aśvamedha

L’attualità dell’aśvamedha

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Il rito dell’aśvamedha, il sacrificio del cavallo, è uno dei più antichi dell’umanità ed è presente nelle tradizioni di diversi popoli, e i suoi echi arrivano fino ai giorni nostri. Vediamo come: nel suo significato originario e più antico, i riti dell’aśvamedha sono da accostare ai riti notturni che gli antichi sacrificanti vedici compivano per aiutare Indra nella lotta contro Vritra: “La durata del sacrificio Ashvameda non è ancora fissata poiché dipende dal ritorno del cavallo. Nel Rig Veda (I-163, 1) il cavallo [aśva in sanscrito] del sacrificio è identificato con il Sole che si muove nelle acque. Il ritorno del cavallo sacrificale può, forse, simboleggiare il ritorno del Sole dopo la lunga notte [...], erano compiuti per aiutare Indra nella battaglia contro Vala e liberare l’Alba e il Sole dagli artigli di costui”.[1]
Questi riti venivano compiuti nel lungo inverno composto da una lunga notte composta da 100 “giorni” che gli antichi progenitori dei rishi vedici vivevano al tempo della loro permanenza nella zona circumpolare, quando essa era adatta alla vita.[2] Iniziavano perciò all’inizio di questo lungo inverno che durava 100 giorni, dopo 10 mesi “di sole”, e servivano per donare forza a Indra per aiutarlo a recuperare il Sole e riportarlo nell’emisfero superiore del cielo. Pertanto “[...] non dobbiamo sorprenderci che il Shata-râtra, o sacrificio del Soma, appaia sotto la forma di cento sacrifici Ashvamedha nei Purâna. La tradizione è sostanzialmente la stessa nei due casi e si può spiegare facilmente e naturalmente con la teoria artica”.[3]
Troviamo a Roma il primo discendente di questo rito, ormai molto spoglio, e cioè l’October Equus. Plutarco ci informa che alle idi di Ottobre “dopo una corsa di cavalli, il cavallo di destra del carro vincente viene consacrato e sacrificato a Marte”[4], successivamente qualcuno taglia la coda all’animale e la porta nella Regia e con essa insanguina l’altare, mentre due gruppi sfidanti, provenienti gli uni dalla Via Sacra e gli altri dalla Suburra, lottano tra loro per la testa del cavallo. La provenienza dei due gruppi sta a indicare gli schieramenti, a favore delle potenze del giorno i primi, e di quelle notturne i secondi. Plutarco, a cui non era più evidente il simbolismo del rito, si chiedeva infine perché fosse proprio un cavallo vincente ad essere immolato.
Dumézil ebbe il merito di accostare il rito dell’October Equus all’aśvamedha, e grazie a Tilak sappiamo perché questo fosse officiato proprio in Ottobre. Infatti il calendario romano arcaico era composto di soli dieci mesi, ricordo della condizione dell’antica patria delle origini in cui il Sole splendeva sopra l’orizzonte per dieci mesi appunto, per sprofondare definitivamente “nel quarantesimo giorno di Sharad [autunno]” per altri due, causando una lunga notte invernale in cui bisognava aiutare gli déi per riportare la vittoria della luce sulle tenebre. Per questo motivo il rito dell’October Equus era celebrato proprio nel periodo in cui nelle regioni circumpolari il Sole veniva inghiottito e iniziavano i riti dell’aśvamedha.
Questo rito interessò anche Federico II ed è connesso con quanto sta succedendo oggi in Medio Oriente. Si narra che un giorno in un colloquio con un dotto ebreo, l’imperatore gli chiese come mai Maimonide, né nella ‘Guida dei dubbiosi’, né nelle ‘Ragioni dei precetti’ avesse spiegato l’origine di un singolare rito mosaico secondo il quale la purificazione dovesse essere fatta con le ceneri di una vacca rossa. All’impossibilità di avere una risposta, Federico II propose una sua spiegazione facendolo derivare da un antichissimo rito dell’India, l’olocausto del leone fulvo di cui parla un non ben identificato ‘Libro dei sapienti indiani’.[5] Secondo l'imperatore si sarebbe poi sostituito al leone il cavallo.
A. Ianniello ci da la chiave quando afferma che “La ‘purificazione’ di cui parla Federico II in realtà è riferita ai riti del Tempio, il che ne spiega il disuso e l’incomprensione delle sue motivazioni. Tant’è che c’è a Gerusalemme il ‘Temple Institute’ che, molto seriamente, progetta la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme (che sarebbe il Terzo Tempio). C’è il sito Internet ed hanno già costruito molte suppellettili (è un ‘ente morale’ cui si possono destinare donazioni). Oggi ha l’appoggio della maggioranza degli Israeliani, a differenza di qualche anno fa. Ebbene, essi cercano la ‘Red Heifer’, la vacca fulva, la ‘giovenca rossa’, alla lettera, le cui ceneri usare per la purificazione e consacrazione del locale dove riallocare il Tempio”.[6]
Ora, tre anni fa è nata la giovenca rossa (cfr. https://www.notiziecristiane.com/terzo-tempio-disraele-e-nata-la-mucca-rossa-iniziano-gli-scontri/), e i recentissimi movimenti per aprire la strada a Gerusalemme capitale d’Israele vanno in questa direzione.  Tutto ciò è connesso, come si sa, al “passaggio dell’Eufrate dei re che vengono dall’Oriente” e all’emersione di nuove pericolose figure.




[1] L.G.B. Tilak, La dimora artica nei Veda, ECIG, Genova 1986, p. 163.
[2] A tal proposito, su di una prima tappa intermedia della diaspora degli indo-europei dalla regione artica alle penisole siberiane bagnate dal Mare di Kara, alle foci del fiume Ob, cfr. G. Georgél, Le quattro età dell’umanità, Il Cerchio Editore, Rimini 1982.
[3] L.G.B. Tilak, La dimora artica nei Veda, pp. 163-164.
[4] G. Dumézil, La religione romana arcaica, BUR saggi, Milano, marzo 2016, p. 198.
[6] Ibidem.