mercoledì 23 novembre 2016

Il “Guru delle nazioni” non sarà più uno Stato

Il “Guru delle nazioni” non sarà più uno Stato


Gustav Le Bon, nel suo insuperato saggio “Psicologia delle folle”, aveva una visione negativa della decentralizzazione del potere e della società adducendo che non poteva che generare discordie e ulteriori frammentazioni, in quanto “condurrebbe ad una insana anarchia, preludio ad un avvento di una nuova centralizzazione più gravosa della precedente”[1].
Ora, mutatis mutandis, possiamo intendere la deglobalizzazione come una fase planetaria di decentralizzazione, di risorgenza dei nazionalismi e delle destre. Ma come tutti i falsi ritorni, non potrà funzionare, e finirà generando una contro-corrente centralizzante come evidenziato sopra da Le Bon e recentemente da Andrea A. Ianniello (cfr. http://associazione-federicoii.blogspot.it/2016/11/il-bignamino-parte-2.html) da cui sto attingendo a piene mani per sviluppare l’analisi.
Sperare che l’ennesimo cambiamento della struttura istituzionale della società possa comportare un cambiamento dell’uomo è la chimera dell’uomo moderno a cui non ha mai veramente rinunciato. Scriveva sempre Le Bon: “È ancora diffusa l’idea che le istituzioni possano rimediare ai difetti della società, che il progresso dei popoli sia il risultato dei loro governi e che i progressi sociali si possano operare a furia di decreti”[2]. Queste parole risultano estremamente simili a ciò che scriverà Sri Aurobindo nel primo numero della rivista Karmayogin, da lui fondata per dare un’accelerata ai moti indipendentisti dell’India di inizio Novecento: “L’Europeo ripone molta fiducia nell’apparato istituzionale. Egli cerca di rinnovare l’umanità mediante schemi di società e sistemi di governo; cerca di portare il millennio con un atto parlamentare. L’apparato istituzionale è di grande importanza, ma solo come mezzo operativo per lo spirito interiore, la forza che sta dietro.”[3]

A giudicare dalle date di pubblicazione di questi scritti, da cui è passato più di un secolo (!), sembra proprio che siamo molto duri a comprendere. È già molto difficile che una persona si risvegli alla consapevolezza che, già solo a livello individuale, è l’interiore che genera l’esteriore e che perciò un cambiamento effettivo potrà avvenire solo mutando la propria interiorità; ancora più resistenze si manifesteranno per far sì che questa verità sia riconosciuta a livello collettivo. Non è difficile, ad un certo punto, notare che non è agendo sul fisico e facendo esercizi ginnici che si svilupperà uno spirito libero, una mente fluida che permette di fluire con gli eventi e una serenità d’animo che è indipendente dalle condizioni esteriori. Più difficile parrebbe capire che le istituzioni della società, i governi e gli Stati, sono l’aspetto esteriore e fisico dell’umanità e che perciò non è sufficiente mutare questi. Nel felice paragone di Le Bon: “Un popolo non sceglie le istituzioni che gli aggradano, come non sceglie il colore dei suoi occhi e dei suoi capelli. Le istituzioni e i governi rappresentano il prodotto della sua razza.[4]” Che, nel linguaggio del tempo, significava la natura esteriore in senso quasi biologico.

Allora, tornando ai giorni attuali, questa spinta frammentatrice che si sta manifestando nel corso del 2016, tra Brexit, Trump e sempre maggior successo delle destre che si scontrano con le forze della politica più a favore della globalizzazione e del trend che è stato in auge nello scorso trentennio, dopo una fase più o meno lunga di ulteriore crisi e disfacimento del tessuto sociale, economico e politico, finiranno per riconoscere la necessità di una nuova figura “centralizzante” che ponga un nuovo argine ai conflitti e alle discordie che di qui a poco, inevitabilmente, emergeranno con ancor più prepotenza nella società. Queste contraddizioni ovviamente sono già presenti ai nostri giorni e attendono solo varco attraverso cui potersi sfogare.
Non sono certamente in grado di prevedere di che natura sarà questa “figura centralizzante”, se non che, malgrado le apparenze e le forti illusioni collettive di cui sarà circondata, sarà come nel parere di Le Bon “più gravosa della precedente” e di quelle che la storia abbia registrato.
Né avrà connotazioni puramente politiche, o economiche, ma bisognerà fare i conti anche con le contraddizioni del campo religioso che ultimamente stanno esondando dal loro campo e investendo altri ambiti, e questo non solo nell’Islam, ma anche come è evidente nel Cattolicesimo e in tutte le forme tradizionali. Forme tradizionali che stanno sempre rinnegando sempre più apertamente la loro essenza[5] per andare incontro alle folle, come l’apertura all’aborto di Papa Francesco e il Dalai Lama che preferirebbe un-a nuova Dalai Lama donna e possibilmente avvenente. Perciò non è da escludere che questa figura potrebbe anche far suoi questi e altri campi.

A questo punto, secondo la “legge di natura” descritta nel sopracitato articolo di cui ho fornito il link, anche questo “evento” porterà inevitabilmente alla nascita di una contro-corrente, di cui è ancor meno facile individuarne le caratteristiche.
Se vogliamo, questa contro-tendenza sarà allora un riordinarsi intorno all’interiore, nella riconquistata consapevolezza che è il centro a generare la circonferenza e perciò lo spirito che abita nell’uomo a dare forma anche alle sue strutture esteriori. Non possiamo perciò cadere nell’illusione che sarà un’onda che investirà un grande numero di uomini perché non è possibile immaginare una tale ricettività nelle persone.

Questo, forse, era possibile nei primi del Novecento, basti pensare ai tentativi di Guénon e di Sri Aurobindo che non a caso parlava dell’India come “Guru delle nazioni”, in cui vedeva il modello di nazione spirituale che avrebbe fornito l’esempio da tenere d’occhio per una nuova sintesi. Quindi attenzione, non scambiando il dito con la Luna, non “indianizzando” il mondo, ma additando una strada da percorrere insieme verso una nuova sintesi ancora inimmaginabile.
Ora sappiamo che non è più possibile, che nessuno Stato ha la sanità mentale e l’equilibrio per poter fare da esempio e avanguardia per gli altri, e inoltre l’occidentalizzazione e la modernizzazione dell’Oriente hanno completamente asfaltato questa possibilità.
Ma allora che cosa può essere oggi “il Guru delle nazioni”? Sapendo che è nell’interiore e non in una struttura esterna che bisogna cercare, che cos’è l’ “interiore” per una collettività?
È lo stile di vita che ne è alla base.
E questo perché lo stile di vita unifica, ma realmente, ed è il riflesso dello stato coscienziale degli individui che formano il gruppo, e dei gruppi che formano la collettività. È lo stile di vita che genera una cultura e che, se è disarmonica o manca completamente, porta alla dissoluzione di una civiltà.
Perciò non sarà più quello o quell’altro Stato a poter fare da “Guru”, ma un gruppo di uomini, una “nazione” semmai nel vecchio significato del termine, che scelgono di provare a sintetizzare un modus vivendi armonico e di tradurre anche nel vivere quotidiano le verità che hanno raggiunto.
E allora non più in forme di governo e strutture sociali, ma in un rinnovato stile di vita, che abbia tratti comuni per tutte le culture dell’umanità sparse per il mondo – lasciando ovviamente e necessariamente spazio per le differenze geografiche, bisogna unire non appiattire –, perché questa è una sfida planetaria ed è richiesta un’enorme apertura mentale per intravvederne la portata.
Lo stile di vita, di una persona prima ancora di un gruppo, è il riflesso spontaneo dello stato di coscienza in cui si trova, perciò non basterà l’entusiasmo delle “comuni” stile anni Settanta o delle “comunità” sorte in vari ambiti religiosi, per quanto possano offrire spunti interessanti.
Perciò si tratterà di persone già molto avanzate sul cammino di autoconoscenza, che di conseguenza sentiranno la necessità indomabile incanalare questa nuova sintesi all’orizzonte.
L’effettiva realizzazione di tutto questo, perciò, sarà il risultato dell’essere stati in grado di realizzarsi interiormente, e del mettere a disposizione per tutta l’umanità questa consapevolezza, al servizio del Vento che soffia dove vuole.




[1] Gustav Le Bon, Psicologia delle folle, Edizioni Clandestine, Massa 2013 (originale 1895), pp. 68-69.
In nota si legge: “Se la decentralizzazione, di cui oggi parlano spiriti imprevidenti, potesse essere attuata, finirebbe con le più sanguinose discordie. Non riconoscere ciò, significa dimenticare completamente la nostra storia”.
[2] Ibidem, pp. 66.
[3] Sri Aurobindo, L’ideale del Karmayogin, nel 1° numero della rivista “Karmayogin” del 19 giugno 1909. Originale inglese: “The European sets great store by machinery. He seeks to renovate humanity by schemes of society and systems of government; he hopes to bring about the millennium by an act of Parliament. Machinery is of great importance, but only as a working means for the spirit within, the force behind.”
[4] Ibid., pp 66.
[5] Ma nella propria essenza è contenuta anche la propria ragione di esistenza, per cui, rinnegandola, inizia il processo di dissoluzione che porterà alla propria scomparsa proprio perché verranno a mancare i motivi del proprio stare al mondo. E questo vien fatto, paradossalmente, per preservare e continuare a tutti i costi la propria stessa esistenza!
È incredibile come persone che sono arrivate ad essere politici e leader religiosi sulla scena mondiale, abituati a districarsi tra le più delicate incombenze e a trattare con numerosi ed enormi gruppi di interessi, perdano poi di vista una cosa talmente elementare. Questo è tra l’altro il risultato della cecità causata dall’occuparsi troppo dei propri interessi, del proprio tornaconto personale, insomma dell’esteriorità.

martedì 25 ottobre 2016

La necessità della metànoia introvabile secondo E. Severino

La necessità della metànoia introvabile secondo E. Severino


“Morte, tecnica e gioia”, intervista a Emanuele Severino del 2012



Pubblico qui un’interessante intervista fatta al prof. Severino, filosofo contemporaneo, che non seguendo la linea attuale che vuole la filosofia “ancilla tecnocratiae” ne critica la deriva degli ultimi duecento anni e la perdita di connessione al patrimonio della “grande tradizione Occidentale”.
Ovviamente Severino è alieno da ogni esoterismo e in quella che per lui è la “grande tradizione Occidentale” ci sono pensatori che un Guénon non avrebbe esitato a estirpare come la malerba, tant’è che lui individua la rottura con questa tradizione a soli due secoli fa, sostanzialmente con Hegel, laddove chi ha un po’ di confidenza con la spiritualità sa bene che, pur con eccezioni, è difficile trovare dell’acqua che sappia spegnere la sete di cose celesti dopo il XIV secolo.

In particolare Severino non si limita ad osservare che la filosofia in quel momento ruppe col passato irreversibilmente, ma che da allora abbia anzi assunto la funzione di legittimatrice della devastazione spirituale e culturale in nome della tecnica, da lui definita una vera e propria « follia »: “Non solo si mette in questione il fondamento dell’Occidente, ma il responsabile primario della follia dell’Occidente è il pensiero filosofico, questo bisogna tenerlo presente.” (1.08.40 del video).
Nella categoria “pensiero filosofico” si può scorgere, ampliandone la visione, tutte quelle influenze che hanno anestetizzato la coscienza umana, e che quindi non si riducono soltanto alla filosofia.
Dal dopo-Hegel i filosofi diventano un organo del “sistema” tutti indaffarati a imbavagliare la coscienza umana per non permetterle di prendere consapevolezza dello stupro che si stava (e ancora si sta) attuando a suo danno: “I duecento anni di cui parlavamo prima del pensiero filosofico è la “smentita” di questo quadro grandioso in cui ci si tenta di difendere dalla morte.” (1.15.03 del video).
Sì perché, secondo Severino, compito della “grande tradizione Occidentale” è quello di offrire un quadro in cui si risolve e si superi il problema della morte, eterno cruccio dell’uomo. Che, tutto sommato, è ciò che si arriva a capirne per chi c si approcci solamente da un punto di vista “mentale” e concettuale.

Severino si è accorto dell’esigenza fondamentale del nostro tempo, e cioè rendersi conto di aver volontariamente reciso i legami col passato per legittimare una visione del mondo malata, ammetterne il gravissimo errore  e fare una grande “sterzata” di recupero prima che la follia dell’Occidente – e oramai di tutto il mondo, come anche da lui affermato – risulti letale.
Questa presa di coscienza è quanto sarebbe più auspicabile oggi. Purtroppo ne siamo ben lontani.

Severino col suo “neoparmenidismo” ha avviato un tentativo di riallacciamento a un filone che pur essendo più “tradizionale” rispetto a quegli altri filosofi che poi aprirono la strada al razionalismo imperante, doveva per forza mancare di efficacia sul piano generale perché manca dell’elemento realizzativo. Rimane comunque uno dei pochi filosofi con spunti interessanti, e uno dei pochi che abbia sottolineato la primaria necessità per l’Occidente di una metànoia, di un “pentimento” (parola che nella Filocalia traduce appunto il greco metànoia, che però ora evoca più sensi di colpa che altro) e di un ritorno all’essenziale, all’ “unica cosa che conta” come direbbe San Bernardo.